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Crepet: “Sinner lotta con i suoi demoni, mi è simpatico”

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(Adnkronos) –
"Mi piace Sinner, mi è più simpatico perché lotta con i suoi demoni". Paolo Crepet, psichiatra e sociologo, ospite al Tempo delle donne si sofferma su Jannik Sinner e sulle fragilità che possono caratterizzare anche un campione straordinario come il numero 1 del tennis mondiale. "Seguo il tennis, giocavo e sono arrivato al livello C1. Tanto quelli che potrebbero testimoniare sono tutti morti, non c'erano foto e posso dire qualsiasi cosa. Lo sport ha ancora risposte molto 'maschili', quando" Sinner "si è ritirato sembrava una cosa eccezionale", dice Crepet ripensando ai problemi fisici accusati dall'azzurro al Roland Garros. Sinner è stato costretto a ritirarsi per un 'crollo' in una giornata torrida. Il 25enne, che poi ha trionfato a Wimbledon a giugno, è fermo per fastidi al ginocchio e non gioca un match da oltre 2 mesi. "Capita di ritirarsi nella vita, capita di non farcela. Non capisco questa visione che vorrebbe solo eroi che non cedono mai. Prima al bar si diceva 'meglio se quel calciatore non avesse giocato', ora tutti con i social lo dicono a tutti. I social hanno amplificato la bruttezza", dice Crepet. "Lui non era stato bene agli Internazionali di Roma", dice lo psichiatra ripensando alla prima fase della stagione che Sinner ha giocato a tutto gas, arrivando poi 'spremuto' a maggio. "Sinner mi è più simpatico, una persona che lotta con i suoi demoni mi è più simpatica rispetto a chi pensa di poterli cancellare", dice. Come l'azzurro, anche Carlos Alcaraz è stato condizionato da problemi fisici in uno sport che chiede moltissimo agli atleti: "Alcaraz pare abbia un sacco di ragazze perché con l'allenatore di prima non poteva. Si diverte di più, ma se ti diverti di più perdi di più. Ha appena perso…", dice facendo riferimento all'eliminazione dello spagnolo nei quarti dell'US Open. "E' come ha detto Panatta: avrebbe potuto vincere di più, ma si sarebbe divertito di più? Secondo me, no. Se hai una ragazza, non vai a dormire alle 9.15 con una camomilla. A 25 anni puoi e devi goderti la vita, 40 anni dopo è più difficile", chiosa.  
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Il Como vola, la scuola vicino allo stadio chiude per costruire… un parcheggio? Il sindaco: “Calcio non c’entra”

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(Adnkronos) – Ci sono una squadra di calcio sempre più ambiziosa, uno stadio da cartolina in espansione e una scuola destinata… alla chiusura. Siamo a Como e la questione riguarda la scuola elementare Corridoni di via Sinigaglia, non lontana dall’impianto che ospita le partite casalinghe del Como. La squadra di Fabregas è reduce da uno storico esordio vincente in Champions League contro il Lipsia, ma in queste ore a far discutere in città sono anche le polemiche sulla chiusura dell’istituto vicino allo stadio 'Giuseppe Sinigaglia', per realizzare un parcheggio. Mentre tanti genitori dei circa duecento bambini pronti a iniziare l'anno scolastico lamentano disorganizzazione per il trasferimento alla scuola elementare Venini, il Consiglio di Stato ha per ora bloccato lo spostamento.  Il sindaco di Como Alessandro Rapinese ha chiarito la questione all'Adnkronos: "Si tratta di una decisione assunta da tre enti diversi. E cioè dal comune di Como, dalla provincia di Como e dalla regione Lombardia. La chiusura della scuola di via Sinigaglia è stata sancita da un documento della Regione dell'ottobre del 2025, direi che non c'è stato nulla di repentino e di strano. Niente di quanto millantato da parte dell’opposizione". Il primo cittadino risponde alle critiche relative a un possibile legame con l’exploit della squadra di Fabregas, che negli ultimi mesi sta catalizzando grande attenzione anche fuori dall’Italia: "La squadra di calcio? Direi che è un parallelo molto azzardato, nel senso che poi dipende cosa uno voglia dire. Oggi magari si parla del Como per la grande prestazione in Champions e qualcuno vuole dire cose. Io parlo di dati oggettivi, che poi un immobile dismesso debba avere una funzione, in questo caso un parcheggio, mi pare normale. Oppure, possiamo lasciarlo lì e dimenticarlo. Il Consiglio Comunale di Como ha peraltro votato un ordine del giorno per valutarne l’eventuale trasformazione, senza implicazioni esecutive. E poi, di parcheggio ne abbiamo appena fatto uno e lo apriremo a breve lì vicino. Lo stesso Calcio Como ha identificato un’altra area".  
Rapinese affronta la questione con riferimento alle carte: "Parliamo di un documento trasversalmente approvato da tre organi diversi. Io ho la maggioranza solo in uno, in provincia sono un consigliere su 12 e l'ha approvato tutto il Consiglio provinciale, e il 27 ottobre del 2025 l'ha approvato pure tutto il Consiglio regionale, dove io non ho rappresentanti. Giusto per descrivere la situazione". Nella vicenda dello spostamento degli alunni c’è una tematica di sicurezza: "È un requisito di legge, una cosa che può essere fatta solo rispettando tutti i requisiti di legge e sono stati rispettati". Il sindaco spiega che dal 2025 "la collaborazione da parte della dirigenza della scuola Corridoni è stata zero, hanno parlato sempre e solo di ricorsi. Su tematiche che nulla hanno a che vedere con l'oggetto della causa, tant'è che di sicurezza si è parlato dopo la richiesta di sospensiva al Tar, dopo il giudizio al Tar e dopo la richiesta di sospensiva al Consiglio di Stato, vinti da noi. Lì è venuto fuori, come se fosse un elemento qualunque, il tema della sicurezza". Il sindaco aggiunge: "Dal punto di vista pratico, ci sono degli aspetti messi nero su bianco il 13 settembre 2022 dallo stesso Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione della scuola, che per l'istituto Corridoni parla di 'diversi pilastri portanti in esterno che mostrano segni di corrosione e ammaloramento'. Sorprende però che l'Rspp della scuola a cui i bambini sono destinati, cioè quella di via Venini, dica che l'istituto ha qualche problema e peraltro non riesce neanche a qualificarlo molto bene, ma si dimentichi quanto gravi siano quelli della scuola di provenienza. L'istituto di provenienza è molto meno sicuro della scuola di destinazione e l'ho ripetuto più volte".  Rapinese conclude così il discorso, allontanando le polemiche: "Io dico solo che nel mio programma elettorale i parcheggi hanno un ruolo centrale, è vero, ma la stessa cosa l'abbiamo fatta anche in un'altra scuola, a Ponte Chiasso, chiusa con il progetto di farne un parcheggio. Quella però è a Ponte Chiasso e non c’entra niente il Como. Mi sembra dunque abbastanza ardito dire che questa mossa sia per il Calcio Como. Alla società, tra l’altro, non cambierebbe nulla, perché ne stanno costruendo un altro a pochi metri da lì”.  E ora, come si concluderà la vicenda? "Siamo nelle mani del Consiglio di Stato – precisa Rapinese – ma qui viene spacciata per una novità repentina una cosa dell’ottobre 2025. Se c’è una responsabilità nella mancata organizzazione, fino a oggi, è semplicemente della dirigenza scolastica che non ha mai inteso collaborare perché impegnata in ricorsi di natura giuridica. Quando ci hanno dato un’indicazione, noi siamo stati anzi accusati di essere troppo veloci nell’agire e predisporre gli spazi che oggi contestano, parlando di sicurezza". 
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Tatuaggi vietati e gonna obbligatoria nelle cerimonie per poliziotte, Silp Cgil: “E’ discriminatorio”

(Adnkronos) – Il divieto di avere tatuaggi sulle parti visibili del corpo combinato con l'obbligo di indossare la gonna per le poliziotte "è discriminatorio". E' la posizione espressa dal sindacato Italiano Lavoratori di Polizia Cgil che ha già inviato al Dipartimento di Ps una richiesta di revisione del regolamento, firmata dal segretario generale nazionale Pietro Colapietro, che l'Adnkronos ha potuto visionare, in cui si chiede di "riaprire con urgenza il confronto sull’utilizzo della gonna per il personale femminile" alla luce "dell’evoluzione normativa, sociale e culturale intervenuta negli ultimi decenni e, soprattutto, dei principi di parità e non discriminazione che devono necessariamente orientare anche l’organizzazione della Polizia di Stato". Una mossa fatta dal sindacato a una settimana dalle conclusioni dell’avvocata generale della Corte di giustizia dell’Unione europea, Tamara Ćapeta, che si è espressa sul caso di una candidata alla Polizia italiana esclusa "perché aveva un piccolo tatuaggio raffigurante un fiore sul polpaccio sinistro". Secondo l'avvocata, la combinazione tra il divieto di tatuaggi visibili e l’obbligo, per le donne, di indossare una divisa di rappresentanza caratterizzata dalla gonna determina, appunto, una discriminazione fondata sul sesso. Sul caso si dovrà ora pronunciare la Corte Ue. "Sarebbe importante però – dice all'Adnkronos Michela Pascali, segretaria nazionale Silp Cgil, che ha seguito diversi casi del genere – che non si attendesse la pronuncia della Corte per fare una riforma che è ormai necessaria".  Intanto nel documento il sindacato di polizia sottolinea come "l’articolo 5 del dm 4 ottobre 2005 richiama il dovere dell’operatore di indossare la divisa con proprietà, dignità e decoro, mantenendola pulita e in perfetto stato. L’imposizione di un determinato capo di vestiario sulla base del genere nulla ha a che vedere con il decoro, la dignità e l’autorevolezza dell’uniforme. Le disposizioni sul vestiario hanno già riconosciuto, per il personale femminile, la sostanziale equivalenza tra gonna e pantalone, consentendo l’utilizzo dei pantaloni nei servizi ordinari e nelle attività operative. Nell’ambito del vestiario formale e di rappresentanza, ancora oggi, specifiche disposizioni e ordini di servizio possono disciplinarne l’utilizzo. Un evento tra tutti quello del giuramento al termine dei corsi formativi per l’immissione in ruolo. È proprio questa distinzione che oggi deve essere definitivamente aggiornata. Una regola che non può diventare un ostacolo all’accesso alla professione". La Direttiva 2006/54/Ce – ci tiene a ricordare il Silp Cgil – vieta infatti le discriminazioni fondate sul sesso nell’accesso all’occupazione e ammette differenze di trattamento soltanto quando una determinata caratteristica costituisca un requisito essenziale e determinante per l’attività lavorativa e il requisito sia proporzionato rispetto a un obiettivo legittimo.  "L’avvocata generale, nel sottolineare che le cerimonie rappresentano soltanto una parte limitata dell’attività di polizia, che le operatrici già utilizzano i pantaloni nell’uniforme operativa e che può essere consentito loro di indossarli anche durante una cerimonia", conferma il sostegno che il Silp Cgil ha dato "in questi anni alle colleghe che, per il giuramento, hanno richiesto di indossare i pantaloni. Istanze non sempre accolte favorevolmente, proprio a causa dell’anacronismo delle regole. Da anni il nostro sindacato rivendica il superamento di regolamenti, prassi e modelli organizzativi che non rispondono più alla realtà della Polizia di Stato contemporanea".  "Da questo punto di vista stiamo tornando indietro – sottolinea ancora Michela Pascali del Silp Cgil – Circa sei anni fa, avevamo ottenuto che ogni volta ci fosse stato un giuramento le donne, che avessero voluto fare richiesta per motivi personali di fare il giuramento in pantaloni, sarebbero state accontentate. E in effetti così è stato. L'estate scorsa però le ispettore si sono organizzate in gruppo, erano circa un centinaio, hanno raccolto le firme e con una domanda congiunta hanno chiesto di poter fare il giuramento in pantaloni. La risposta è stata negativa. Io mi sono mossa per chiedere spiegazioni e mi è stato detto che il problema era la domanda cumulativa. Per questo ho suggerito alle ragazze di fare una domanda personale. Quasi tutte lo hanno fatto. Mentre alle allieve agenti che nel frattempo giuravano è stato detto di sì perché in ogni scuola ce n'erano due o tre, alle ispettore, che erano tante, è stato detto di no, e in particolare ricordo il caso di Nettuno, dove c'era il flusso maggiore. Si tratta di una cosa grave, un'ostinazione anacronistica, mentre bisogna distinguere ciò che è decoro e ciò che invece è una questione meramente estetica, cioè che non ha a che vedere col decoro, non ha a che vedere con l'uniformità, perché l'uniformità avrebbe voluto, visto che gli uomini sono tantissimi e le donne erano ovviamente in un numero infinitesimamente minore, che ci fosse più uniformità se avessero giurato tutti in pantaloni". "Abbiamo sempre sostenuto che l’autorevolezza della divisa deriva da chi la indossa, dalla professionalità, dalla competenza, dalla correttezza e dalla qualità del servizio reso alla cittadinanza, non dalla riproposizione automatica di consuetudini prive di una concreta necessità operativa – si sottolinea poi nel documento del Silp Cigl firmato da Colapietro – Una Polizia moderna non può continuare a utilizzare la tradizione come giustificazione per mantenere differenze di trattamento che non trovano una reale necessità funzionale. La divisa deve garantire uniformità, riconoscibilità e decoro, ma deve contemporaneamente rispettare professionalità, dignità, parità di genere e libertà di scelta compatibili con le esigenze del servizio".  "Rispetto al tema dei tatuaggi, peraltro, l’attuale impostazione determina una evidente asimmetria – si sottolinea ancora nel documento – da un lato, la presenza di tatuaggi in determinate parti visibili del corpo può essere causa di esclusione o di inidoneità nelle procedure concorsuali; dall’altro, una volta instaurato il rapporto di lavoro, tatuaggi precedentemente considerati incompatibili con l’appartenenza alla Polizia di Stato risultano, nella prassi, ampiamente tollerati. Non può un elemento estetico, laddove non contenga riferimenti offensivi, discriminatori, criminali o comunque incompatibili con i valori e il decoro dell’Istituzione, determinare l’esclusione di una candidata o di un candidato senza che lo stesso elemento costituisca poi un concreto impedimento allo svolgimento del servizio".  "Per queste ragioni", il Silp Cgil chiede "la revisione delle disposizioni relative all’utilizzo della gonna da parte del personale femminile, riconoscendo pienamente la possibilità di utilizzare il pantalone d’ordinanza anche nei servizi formali e di rappresentanza; che nessuna lavoratrice possa essere esclusa da un concorso, da un percorso professionale o da un impiego per il solo effetto combinato di una disposizione sull’uniforme e di una norma relativa ai tatuaggi, quando il tatuaggio possa essere coperto mediante l’utilizzo del pantalone d’ordinanza; l’emanazione di disposizioni uniformi a livello nazionale, evitando che l’applicazione delle regole sull’abbigliamento possa variare arbitrariamente tra uffici e territori; una verifica complessiva delle disposizioni sul vestiario, affinché siano coerenti con i principi di parità di trattamento, proporzionalità, non discriminazione e adeguatezza dell’organizzazione del servizio; l’apertura di un tavolo di confronto con le organizzazioni sindacali per una revisione organica della materia; avviare un confronto finalizzato alla revisione delle disposizioni sui tatuaggi distinguendo tra decoro istituzionale e conformità estetica. La questione della gonna rappresenta, in realtà, soltanto la manifestazione più evidente di un problema molto più ampio. La legge n. 121/1981 prevede che il regolamento di servizio venga emanato sentiti i sindacati di polizia maggiormente rappresentativi".  Il Silp Cgil chiede pertanto al Dipartimento "di aprire finalmente una trattativa organica per la revisione e l’aggiornamento dei Dpr 737/1981 e 782/1985, superando definitivamente disposizioni e impostazioni ormai anacronistiche e costruendo un quadro regolamentare coerente con l’attuale contesto storico. Il rispetto della dignità professionale del personale non può essere relegata a enunciati di principio o a lavori di commissioni di cui il personale e le rappresentanze sindacali non conoscono gli sviluppi. Serve un percorso trasparente, partecipato e verificabile, capace di tradurre finalmente le dichiarazioni di principio in regole nuove. Chiediamo dignità, professionalità, parità e autorevolezza per tutte le donne e tutti gli uomini che quella divisa la indossano ogni giorno".  
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Allarme Altnv, il nuovo virus dalle zecche: cosa sapere

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(Adnkronos) – Arriva Altnv, alias
nairovirus della zecca asiatica dalle lunghe corna, nuovo patogeno trasmesso dalle zecche identificato in Cina. Il virologo Fabrizio Pregliasco rassicura. "Sulla base dei dati oggi disponibili non siamo di fronte a un nuovo allarme sanitario globale", afferma commentando lo studio riportato sul 'New England Journal of Medicine'. Inoltre, "per l'Italia non esistono al momento elementi che indichino la circolazione di Altnv né un rischio specifico per la popolazione". Tuttavia, "la scoperta è importante perché dimostra quanto sia ancora ampio il mondo dei microrganismi trasmessi da zecche e altri vettori che possono causare infezioni nell'uomo senza essere immediatamente riconosciuti", sottolinea il direttore della Scuola di specializzazione in Igiene e Medicina preventiva dell'università Statale di Milano, past president Anpas e vicepresidente Samaritan International. Per Pregliasco, "la notizia deve quindi essere letta soprattutto come un richiamo all'importanza della sorveglianza epidemiologica e virologica". E "il tema – rimarca – assume una rilevanza ancora maggiore nel contesto dei cambiamenti climatici e ambientali, che possono modificare distribuzione geografica, stagionalità e densità di zecche e altri vettori. Questo non significa che ogni nuovo virus identificato sia destinato a diffondersi in Europa, ma rende necessario conoscere tempestivamente i patogeni emergenti e monitorarne l'evoluzione". Quindi "la lezione che arriva dalla Cina è soprattutto una: individuare precocemente un nuovo patogeno non significa creare allarme, ma essere meglio preparati. Sorveglianza, ricerca e approccio One Health rappresentano gli strumenti fondamentali per affrontare le infezioni emergenti prima che possano trasformarsi in problemi sanitari più rilevanti", ribadisce l'esperto. E per difendersi dalla zecche, ricorda il medico, "la prevenzione rimane fondamentale: durante le attività in aree boschive o con vegetazione alta è opportuno utilizzare abiti coprenti e repellenti, controllare accuratamente la pelle al rientro e rimuovere correttamente e rapidamente eventuali zecche". 
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Polonia avverte: “Russia pronta a nuove provocazioni, serve unità Nato”

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(Adnkronos) – Il ministro della Difesa polacco Wladyslaw Kosiniak-Kamysz ha dichiarato oggi che, data la persistente politica aggressiva della Russia, che include attacchi ibridi e atti di sabotaggio, la Polonia è in costante contatto con i servizi di sicurezza statunitensi e di altri Paesi. Il ministro, che ieri aveva lanciato un allarme simile, ha aggiunto che la Russia ricorre anche ad azioni come l'incendio di impianti della difesa, violazioni dello spazio aereo e il disturbo dei segnali Gps, sottolineando che la risposta a questi atti deve consistere nell'unità della Nato e nel rigoroso rispetto delle disposizioni del Trattato di Washington. Kosiniak-Kamysz ha affermato che la Polonia rientra in una ristretta cerchia di Stati che ricevono informazioni di intelligence di massimo livello, grazie alla sua stretta alleanza con gli Stati Uniti. Nel corso di una dichiarazione rilasciata a Bircza, nella Polonia sud-orientale, il ministro della Difesa ha fatto riferimento al rapporto ricevuto dal primo ministro Donald Tusk da parte del direttore della Cia John Ratcliffe. In questo documento viene lanciato un avvertimento sulla necessità, per la Polonia e l'Europa, di prepararsi a diversi scenari legati al conflitto russo-ucraino e alla situazione sul fianco orientale dell'Unione Europea. Secondo Kosiniak-Kamysz, il partenariato tra Varsavia e Washington si concretizza negli accordi siglati di recente per il finanziamento dell'acquisto di equipaggiamenti militari destinati all'esercito polacco e nelle garanzie di credito concesse dagli Stati Uniti alla Polonia. Con riferimento alla cooperazione tra i servizi di sicurezza polacchi ed esteri, Kosiniak-Kamysz ha dichiarato che le operazioni condotte dall'Agenzia per la Sicurezza Interna e dal Servizio di Controspionaggio Militare, volte a neutralizzare minacce interne, sono il risultato diretto della costante collaborazione tra i servizi dei Paesi partner della Nato. 
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Medicina, Gianpaolo Balzano presidente Associazione italiana studio pancreas

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(Adnkronos) – Gianpaolo Balzano è stato eletto presidente dell'Associazione italiana per lo studio del pancreas (Aisp) per il triennio 2026-2029. La nomina è avvenuta in occasione del 50esimo Congresso nazionale dell'associazione, che si è chiuso oggi a Bergamo. Già professore associato di Chirurgia generale all'università dell'Insubria, responsabile della Chirurgia del pancreas dell'ospedale di Circolo di Varese, coordinatore scientifico della Rete delle Pancreas Unit di Regione Lombardia e autore di diversi studi sui modelli di centralizzazione della chirurgia pancreatica, Balzano succede a Silvia Carrara – informa Aisp in una nota – ed entra in carica con la volontà di guidare l'evoluzione delle cure delle malattie del pancreas verso modelli più efficaci e centrati sul paziente, specialmente in ambito oncologico. "Il tumore del pancreas continua a rappresentare una sfida cruciale in oncologia, malgrado i progressi raggiunti sul fronte diagnostico, terapeutico e chirurgico – spiega Balzano – Per questo, l'innovazione deve estendersi oltre la ricerca clinica e tecnologica, coinvolgendo anche i modelli organizzativi e assistenziali, con l'obiettivo di rendere i percorsi di cura più integrati, appropriati e omogenei e di garantire un accesso equo a prestazioni di eccellenza. In questo contesto, le Pancreas Unit possono rappresentare un modello organizzativo capace di rafforzare la presa in carico multidisciplinare e la continuità assistenziale, attraverso un'implementazione sostenibile nell’ambito delle risorse già disponibili del Servizio sanitario nazionale". In Italia si registrano ogni anno circa 14mila nuove diagnosi di tumore del pancreas – si legge nella nota – con una sopravvivenza a 5 anni di poco superiore al 10%. Si tratta del tumore a peggiore prognosi tra quelli più diffusi: circa la metà dei pazienti presenta già metastasi quando compaiono i primi sintomi e solo il 20% è in uno stadio iniziale che consente l’intervento. In questo contesto la chirurgia pancreatica, tra le procedure più complesse della chirurgia addominale, presenta un rischio di mortalità fortemente variabile in funzione dell'esperienza del centro. Negli ospedali ad alta specializzazione la mortalità dopo resezione pancreatica è inferiore al 5%, mentre in altri può superare il 20% e arrivare, in alcuni casi, oltre il 30%. "Non è più accettabile che la probabilità di superare un intervento dipenda in misura così rilevante dall’ospedale in cui si viene operati – afferma Balzano – La chirurgia pancreatica deve essere concentrata in centri che dispongano non soltanto di volumi adeguati, ma anche di competenze multidisciplinari, organizzazione e risultati documentati".  "L'esperienza lombarda, per esempio – sottolinea il neo presidente Aisp – dimostra che cambiare è possibile. La sfida dei prossimi anni sarà portare questo modello all'attenzione del ministero della Salute e della Conferenza Stato-Regioni, per favorirne una progressiva applicazione a livello nazionale". La Lombardia – ricorda la nota – è stata infatti la prima Regione italiana a istituire una rete formalizzata di Pancreas Unit, selezionando i centri di riferimento sulla base di specifici requisiti di qualità. I primi dati mostrano risultati significativi, con una riduzione della mortalità operatoria media dall'8,8% del 2024 al 5,5% del 2025. Il modello si basa su una rete Hub & Spoke, che consente di mantenere vicino a casa del paziente le cure che non richiedono elevata specializzazione (Spoke) e di concentrare nei centri di riferimento (Hub) gli interventi più complessi, garantendo percorsi condivisi, competenze multidisciplinari e standard di qualità.  "Un documento per l’implementazione delle Pancreas Unit è già stato approvato dal ministero della Salute – rimarca Balzano – Resta ora da completare il percorso istituzionale con le Regioni per favorirne l'applicazione sul territorio nazionale". Accanto allo sviluppo delle Pancreas Unit, il programma della nuova presidenza punta a rafforzare il ruolo di Aisp al fianco dei pazienti, promuovendo una corretta e consapevole informazione su prevenzione, fattori di rischio, genetica, terapie, nutrizione e cure di supporto. Tra le iniziative previste – conclude la nota – particolare attenzione sarà dedicata alla diffusione delle informazioni sulle sperimentazioni cliniche attive in Italia per il tumore del pancreas e alla maggiore accessibilità dei dati pubblici sulla qualità delle cure. 
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Radiologia Interventistica del Goretti di Latina si conferma riferimento in Europa

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(Adnkronos) – L'Unità Operativa Complessa di Radiologia Interventistica dell'ospedale 'S. Maria Goretti' di Latina si conferma riferimento a livello nazionale ed internazionale. Il dottore Giuseppe Pelle è intervenuto al Cirse Annual Congress 2026, il meeting più autorevole in Europa, per relazionare sulla esperienza nelle innovative procedure Carto/Parto per il trattamento delle varici gastriche in pazienti cirrotici, che si caratterizzano per un elevatissimo rischio emorragico e mortalità elevata. "La Uoc di Radiologia Interventistica del Goretti è stata tra le prime nel Vecchio Continente ad aver eseguito questo tipo di interventi mini invasivi in anestesia locale, che nella maggior parte dei casi garantisce la guarigione completa. A confermare il ruolo di capofila nell'applicazione delle Carto/Parto, i medici del presidio ospedaliero pontino sono stati i primi in Europa a pubblicare uno studio su una rivista internazionale, Gastrointestinal Disorders", sottolinea l'asl di Latina in una nota.  Sempre allo stesso congresso internazionale, tenutosi a Copenaghen alla presenza di oltre 1500 operatori sanitari, il dottore Flavio Andresciani, assistente della Radiologia interventistica del Goretti, ha ricevuto il premio come revisore della rivista europea 'Cvir Endovascular' della Cardiovascular and Interventional Radiological Society of Europe. La Radiologia Interventistica del Goretti, Hub neurovascolare di primo livello, è inoltre al vertice in Italia – con oltre 100 casi all'anno – nell'applicazione delle Sirt, procedure endovascolari per il trattamento di tumori epatici mediante radioisotopi.  L'Unità operativa diretta dal dottor Cesare Ambrogi si distingue inoltre per la pratica di embolizzazione endovascolare, tecnica innovativa che offre risultati eccellenti nel trattamento del dolore da osteoartrosi resistente a terapia medica. La Radiologia interventistica dell'ospedale di Latina, con una attività h24, tratta in media ogni anno oltre 100 casi di ictus e 40 di aneurismi celebrali. Gli oltre 2000 casi trattati annualmente, in proficua e sinergica collaborazione con le Unità Operative Complesse di Cardiologia, Chirurgia Vascolare e Gastroenterologia, riguardano anche delicate patologie toraco-addominali e vascolari. 
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Epatite A, 10 casi nelle aree di Pisa e Livorno: in corso verifiche su possibile focolaio

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(Adnkronos) – I Servizi di Igiene pubblica dell'Azienda Usl Toscana nord ovest "hanno segnalato complessivamente 10 casi di epatite A registrati nelle aree di Pisa e Livorno. Sulla base dei primi elementi raccolti, è in corso una verifica per accertare l'eventuale riconducibilità dei casi a una medesima origine, con particolare attenzione a un possibile cluster associato a uno stabilimento balneare del litorale pisano". Così l'Ausl in una nota. Le strutture dell'Azienda sanitaria stanno svolgendo gli approfondimenti epidemiologici necessari per ricostruire i possibili collegamenti tra i casi e individuare l'eventuale fonte comune dell'infezione. "Al momento, pertanto, non è possibile stabilire con certezza l'origine del contagio e le verifiche sono tuttora in corso", precisano.  "Attualmente tre persone sono ricoverate nel reparto di Malattie Infettive dell'ospedale di Livorno, dove vengono tenute sotto osservazione e sono in buone condizioni. Altri pazienti sono stati visitati dai sanitari e, non essendo necessario il ricovero, sono stati dimessi e hanno fatto rientro al proprio domicilio con le indicazioni e le prescrizioni mediche del caso", sottolinea la nota. I Servizi di Igiene pubblica dell'Azienda Usl Toscana nord ovest proseguono le attività di sorveglianza e di indagine epidemiologica, in collaborazione con le strutture sanitarie coinvolte, per chiarire l'origine dei casi e adottare, se necessario, ulteriori misure di prevenzione e controllo.  L'epatite A "è un'infezione del fegato causata dal virus dell'epatite A. Si trasmette principalmente per via oro-fecale, cioè quando il virus presente nelle feci di una persona infetta viene ingerito, direttamente o indirettamente, da un'altra persona. Il contagio può avvenire attraverso il contatto stretto con una persona infetta, soprattutto in condizioni di scarsa igiene delle mani, oppure attraverso il consumo di acqua o alimenti contaminati. Tra gli alimenti maggiormente associati alla trasmissione dell'infezione vi sono quelli consumati crudi o poco cotti e i prodotti che possono essere contaminati durante la manipolazione.  I sintomi – ricordano i sanitari dell'Ausl – possono comparire generalmente dopo un periodo di incubazione di alcune settimane e comprendono soprattutto stanchezza, perdita di appetito, nausea, vomito, febbre, dolori addominali e malessere generale. Possono inoltre comparire urine scure, feci più chiare e ittero, cioè una colorazione giallastra della pelle e della parte bianca degli occhi. Nei bambini l'infezione può anche manifestarsi con sintomi molto lievi o senza sintomi evidenti, mentre negli adulti può avere un decorso più significativo. L'epatite A, a differenza delle epatiti B e C, non diventa un'infezione cronica e nella maggior parte dei casi si risolve spontaneamente. Il trattamento è principalmente di supporto e viene stabilito dal medico in relazione alle condizioni della persona".   
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Mostra Venezia, De Salvia (BeGreat): “Sostenere i giovani nello sport e nella vita”

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(Adnkronos) – “Sicuramente, come dice il claim dell'evento ‘The future is Human’, le persone sono il centro del nostro mondo e questo è confermato tutti i giorni anche dallo sport. Nello sport, come nella vita di tutti i giorni, è importante ricordare sempre che le persone sono al centro, lavorare per mantenere ecosistemi sostenibili a livello personale e soprattutto sostenere i giovani e le nuove generazioni”. Così Greta De Salvia, atleta di salto a ostacolo in equitazione e ambassador BeGreat, intervenendo all’evento ‘The future is human – Every great story starts before success’, organizzato da Be Great – Growing our sports talent e tenutosi durante l'83esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, in svolgimento al Lido fino al 12 settembre 2026. “Sicuramente BeGreat ha cambiato la mia carriera e la mia vita e ha permesso a quello che era solo un talento di avere l'opportunità di realizzarsi. Ovviamente la strada non è mai finita, non si è mai arrivati al traguardo, ma BeGreat è un ecosistema fondamentale nello sviluppo di giovani talenti come me, e mi ha dato l'opportunità di poter raggiungere tanti risultati, ad esempio seguendo una scuola come la Luiss, che permette di sostenere un percorso di dual career e come tante altre opportunità – aggiunge – Spesso c'è un gap tra il talento e la sua realizzazione, BeGreat si occupa proprio di questo: mettere a disposizione dei giovani talenti i mezzi necessari per realizzare i propri obiettivi”. “In ecosistemi come quello che si occupa di creare BeGreat – conclude – le imprese hanno una responsabilità sociale importante e sono chiamate a unirsi nel sostegno dei giovani talenti”. 
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Neonati sepolti, Procura impugna assoluzione Chiara Petrolini per il primo omicidio

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(Adnkronos) – La Procura della Repubblica di Parma ha depositato oggi appello contro la sentenza emessa il 24 aprile scorso dalla Corte di Assise di Parma, nella parte in cui (pur condannando l’imputata Chiara Petrolini alla pena complessiva di 24 anni e 3 mesi di reclusione) ha assolto l'imputata dal delitto di omicidio del proprio figlio Domenico Matteo Granelli commesso il 12 maggio 2023, e ha riqualificato il reato di soppressione di cadavere riferito al secondo figlio Angelo Federico Granelli, commesso il 7 agosto 2024, nel meno grave reato di occultamento di cadavere.  La Corte, infatti, quanto ai fatti accaduti a Traversetolo il 12 maggio 2023 – spiega in una nota il procuratore di Parma, Alfonso D’Avino, ritenne l’imputata Chiara Petrolini responsabile della sola soppressione del cadavere del piccolo (cui successivamente venne dato il nome di Domenico Matteo Granelli), trovato, in forma ormai scheletrica, nel settembre 2024, solo dopo le indagini condotte dalla Procura; assolse, invece, l'imputata dall'omicidio aggravato premeditato ai danni dello stesso bambino, ritenendo non sufficientemente provata la circostanza che fosse nato vivo. Per quanto riguarda, invece, i fatti accaduti sempre a Traversetolo il 7 agosto 2024, la Corte di Assise ritenne provata la responsabilità della Petrolini per la morte del piccolo (cui venne dato successivamente il nome di Angelo Federico Granelli), ma, quanto al "celamento" del suo corpo (portato alla luce da uno dei cani presenti) ritenne che il fatto fosse da qualificare come occultamento e non come soppressione. La Procura non ha condiviso alcune parti della decisione della Corte di Assise, ritenendo che, quanto all’episodio del 12 maggio 2023, si possa desumere la prova della vitalità del bambino al momento del parto e, conseguentemente, la responsabilità della Petrolini anche per l’omicidio aggravato premeditato di Granelli Domenico Matteo; quanto all’episodio del 7 agosto 2024, la Procura ha ritenuto che la circostanza che, del tutto casualmente, il cane abbia riportato alla luce il cadavere del piccolo Granelli Angelo Federico non possa incidere sulla volontà della Petrolini, che era quella di far sparire definitivamente (e quindi sopprimere) anche il secondo cadavere, così come era avvenuto poco più di un anno prima per l’altro figlio dell’imputata. Della vicenda complessiva verrà ora investita la Corte di Assise di Appello di Bologna.  
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