(Adnkronos) – Un 32enne è stato individuato e fermato per l'omicidio di Antimo Mazzotta, il pensionato 78enne ritrovato morto all'interno di un pozzo a Torre Rinalda, nel Leccese. Nei confronti dell'uomo, originario di Surbo e già noto alle forze dell'ordine, il pm ha emesso un fermo di indiziato di delitto. La decisione è giunta dopo una complessa attività investigativa sviluppata dai carabinieri del comando provinciale di Lecce attraverso l'ascolto di testimoni, riscontri tecnici e un'attenta analisi dello stato dei luoghi. Il provvedimento è stato eseguito nelle prime ore di questa mattina dai carabinieri del nucleo investigativo del reparto operativo di Lecce, congiuntamente a quelli della compagnia di Lecce.
Secondo la ricostruzione, il delitto sarebbe maturato nel primo pomeriggio del 25 ottobre scorso, al culmine di un diverbio per futili motivi di natura economica. Il 32enne, che da tempo conosceva e frequentava la vittima, avrebbe colpito il pensionato al volto con un colpo d'arma da fuoco, provocandone la morte. Dopo l'omicidio, sempre secondo l'ipotesi investigativa, il giovane avrebbe utilizzato un carrello per trasportare il corpo fino a un pozzo artesiano situato in un terreno adiacente all'abitazione, dove lo avrebbe gettato nel tentativo di occultarlo. Quindi sarebbe intervenuto sulle tracce di sangue presenti sulle superfici, lavandole con acqua. Poi si sarebbe disfatto del dispositivo Dvr dell'impianto di videosorveglianza, portandolo via con sé. Nel corso delle immediate ricerche eseguite contestualmente al fermo, i carabinieri hanno trovato una pistola nascosta all'interno di un rudere abbandonato alla periferia di Surbo.
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Lecce, anziano trovato morto in un pozzo a Torre Rinalda: fermato un 32enne
Paolillo (Merck): “In neurologia al fianco dei pazienti, dalla sclerosi multipla alle malattie rare”
(Adnkronos) – "Da oltre 25 anni ci occupiamo di sclerosi multipla, una patologia che in questo periodo ha visto l'arrivo di molti farmaci capaci di offrire nuove speranze e possibilità ai pazienti". Lo afferma Andrea Paolillo, Medical Affairs Director Merck Italia, in occasione del 56esimo congresso della Società italiana di neurologia (Sin), svoltosi a Firenze dal 24 al 27 ottobre. "Merck è impegnata da molti anni in questo ambito, prima con terapie iniettive e poi con terapie orali, al fianco della comunità scientifica per cercare soluzioni sempre più importanti per i pazienti. Ma nella sclerosi multipla non basta sviluppare terapie sempre più efficaci e con sempre minori effetti collaterali. È fondamentale offrire soluzioni che siano vicine al paziente e alle persone che se ne prendono cura", sottolinea. In questa direzione si inserisce 'Vita Smisurata', la nuova campagna promossa da Merck. "È un sito web in cui affrontiamo temi importanti come l'attività fisica e la nutrizione, ma anche aspetti più particolari come la sessualità e la vita di coppia. Attraverso una serie di incontri sul territorio cercheremo inoltre di offrire soluzioni e alternative alle persone con sclerosi multipla". Al Congresso Sin Merck porta anche una nuova attenzione alle malattie neurologiche rare. "Stiamo entrando nel mondo delle malattie neurologiche rare e, in particolare, ci occupiamo della neurofibromatosi di tipo 1 con neurofibromi plessiformi – spiega Paolillo – Il dolore, spesso resistente ai farmaci, può condizionare profondamente la quotidianità dei pazienti e di chi li assiste". Merck presenta "una nuova opzione terapeutica che potrà offrire sollievo, migliorare i sintomi e, quindi, la qualità di vita dei pazienti", conclude.
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Cartabellotta (Gimbe), ‘”La disinformazione scientifica mette a rischio la salute”
(Adnkronos) – "Se la salute delle persone non è informata da scienza integra e di qualità, noi rischiamo di peggiorare la salute delle persone". Lo afferma Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, tracciando un bilancio di 30 anni di attività e della crescita della cultura delle evidenze in Italia. "Fino alla pandemia – spiega – anche la nostra opera di sensibilizzazione pubblica sull'importanza delle evidenze scientifiche, che devono stare al centro di tutte le decisioni che riguardano la salute, sia dei professionisti sanitari, sia dei manager, sia delle politiche, è cresciuta in maniera importante". Dopo la pandemia, però, "abbiamo assistito a questa polarizzazione: vax, no vax, mask, no mask". E soprattutto, "nella dilagante era del trumpismo si stanno consolidando in tutti i Paesi del mondo varie posizioni antiscientifiche". Per questo "Gimbe oggi non deve fare soltanto informazione scientifica, ma deve prima combattere la disinformazione, che inevitabilmente sta portando anche in Italia decisioni politiche che non sono assolutamente in linea con le evidenze scientifiche". Quanto ai dati che il cittadino dovrebbe conoscere per comprendere lo stato di salute del Servizio sanitario nazionale, Cartabellotta sottolinea che "i dati vanno interpretati nella loro interezza". A monte di tutte le criticità c'è il finanziamento pubblico: "Abbiamo un servizio sanitario largamente sottofinanziato, non soltanto rispetto alla media europea, ma soprattutto rispetto ai bisogni di salute della popolazione e alla tecnologia e ai farmaci che crescono sempre di più". "Il cittadino vive quotidianamente le conseguenze di questo definanziamento", prosegue: "il personale comincia a mancare, le liste d'attesa si allungano, i pronto soccorso sono affollati, i medici di famiglia non si trovano". Il cittadino, osserva, "ha degli indicatori che riguardano la propria qualità di vita quotidiana e ovviamente la propria salute, ma a monte di questo ci stanno decisioni politiche che non stanno andando nella direzione di rafforzare un servizio sanitario pubblico". Un servizio che, ribadisce il presidente di Gimbe, "è una grande opera pubblica che è stata costruita per tutelare un diritto costituzionale". "Non è un aspetto tecnico quando noi facciamo la battaglia 'Salviamo il Servizio sanitario nazionale, perché è quello che protegge tutti noi, che di fronte alla salute e alla malattia dobbiamo essere tutti uguali", conclude.
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De Giovanni, “Speculare con false cure e fake news sulla speranza delle persone è una cosa terribile”
(Adnkronos) – "Io credo che proprio in questo settore le storie siano un cambiamento fondamentale di percezione. La malattia è una storia individuale, è un percorso, un confronto in cui si hanno degli alleati, che sono i medici, i sanitari, coloro che ti curano, e un nemico che hai dentro". Così lo scrittore Maurizio De Giovanni, intervenuto oggi all'ospedale Cardarelli di Napoli alla seconda edizione dell'Health Journalism Forum, che ha aperto con il monologo 'Il valore del racconto nella percezione della salute', dedicato al potere delle storie nel dare forma all'esperienza della malattia, della cura e della fragilità umana. "Questo percorso è una storia – ha spiegato – È una storia personale, molto individuale. Se viene raccontata così, viene percepita, secondo me, correttamente, mai come in questo settore. Le storie sono le figure che ti fanno capire quello che c'è scritto nel testo. È importante, insomma, spingere sulla consapevolezza e non far leva sulla paura, sullo stress". "Io credo che la collaborazione sia fondamentale – ha proseguito – Se si è dalla stessa parte della barricata, consapevoli che quello che ti dice il tuo comandante, se lo fai bene, hai più possibilità di vincere la tua battaglia, io credo che sia di un'utilità e di una necessità assoluta. Anche perché noi spesso combattiamo, soprattutto a livello di prevenzione, contro delle abitudini che abbiamo, di cui non conosciamo esattamente la letalità, non conosciamo esattamente il peso, non conosciamo esattamente quanto possono danneggiarci. Quindi fare in modo di essere consapevoli di questo, e questa è una storia personale, fare in modo di essere consapevoli di questo ci avvicina al successo". Netto il giudizio dello scrittore sulle fake news in sanità e sui danni che possono causare a cittadini, utenti e pazienti: "Io credo che questo sia un esercizio tra i più loschi, tra i più criminali e tra i più orribili che ci siano. Alimentare credenze per l'utile personale, perché poi quello è il motivo principale, per proporre false cure, inutili rimedi, io credo che sia una delle cose peggiori che si possano fare. Si specula sulla sofferenza, ma soprattutto si specula sulla speranza delle persone. E speculare sulla speranza, privare, alimentare falsi sogni, credo che sia una delle cose più terribili che si possa fare a un'altra persona".
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Bassetti: “Fare il medico oggi vuol dire anche divulgare”
(Adnkronos) – "La fiducia deriva da tante cose insieme, non da una sola: non è il camice, non è il curriculum, non sono le pubblicazioni, non è il fatto di essere andati in televisione. Sono tante cose tutte insieme che fanno sì che oggi la gente abbia bisogno di avere sul proprio dispositivo, nel momento di massimo relax, informazioni sulla salute che arrivino da una fonte autorevole. Perché oggi il mondo della rete è pieno di soggetti che hanno magari grandi numeri di visualizzazioni e di follower, ma non hanno il background per farlo". Così Matteo Bassetti, direttore della Clinica di Malattie infettive del Policlinico San Martino di Genova, intervenuto in collegamento alla seconda edizione dell'Health Journalism Forum, in corso all'ospedale Cardarelli di Napoli. "La gente trova nei miei canali, e in quelli di tanti altri colleghi, un'autenticità delle cose dette che probabilmente non trova altrove – ha spiegato – E in questo, secondo me, televisione e giornali hanno perso moltissimo. Tolti un paio di quotidiani nazionali che hanno ancora una pagina dedicata alla salute, la maggioranza ormai considera parlare di salute e fare divulgazione un tempo perso. Basta guardare la televisione, ormai concentrata unicamente sullo share e sull'audience: se accendi un programma ad alto indice di ascolto, da 2 anni si parla esclusivamente di Garlasco, come se non ci fosse altro argomento. Questo fa sì che le persone interessate si avvicinino sempre di più a canali come il mio e quelli di tanti altri. Sì, sei editore, ma editore di cose di cui sei competente". "Mi auguro che in futuro alcuni miei colleghi la smettano di fare gli ‘schifiltosi’, quelli che quando parlano di me o di tanti altri dicono 'ah, vedi, lui fa l'influencer'. No, sono loro che non fanno il loro lavoro – ha precisato l'infettivologo – Perché oggi fare il medico vuol dire anche divulgare, e chi non lo fa non fa il proprio mestiere fino in fondo. Quindi la piantino, tanti miei colleghi, di voler restare chiusi in una scatola. Io tutte le mattine sono in ospedale, anche oggi mi sono collegato da qui, come tutti loro. Ma poi faccio anche questa parte, che secondo me è parte integrante del mio lavoro di professore universitario, che tra le sue missioni ha anche quella di divulgare". "Quindi il messaggio è non tanto a chi segue me, quanto a chi non segue i miei colleghi – ha concluso – Che i miei colleghi si diano da fare e si mettano un po' a nudo e che magari spendano un po' del loro tempo, anziché andare a giocare a golf o anziché andare in barca, a divulgare un po' di più attraverso questo canale, arrivare alla gente e magari far del bene sugli stili di vita, cose che sono ugualmente importanti a quando prescrivi un antibiotico o un antipertensivo. Perché se hai fatto smettere di fumare una persona, se gli hai detto di non bere una bibita che fa male, o gli hai detto di muoversi un po' di più, alla fine hai fatto del bene, esattamente come quando prescrivi un farmaco".
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Delitto di Arce, l’esperto del Ris: “La testa di Serena Mollicone ha impattato sulla porta della caserma”
(Adnkronos) – "Tutte le indagini tecnico-scientifiche che abbiamo condotto supportano l’ipotesi che la testa di Serena Mollicone abbia impattato con la porta degli alloggi della caserma di Arce". Sono le conclusioni esposte oggi in aula dal luogotenente del Ris di Roma, Rosario Casamassima, consulente della procura generale sentito nel processo di Appello bis per l'omicidio della ragazza uccisa nel 2001. Il consulente ha fatto riferimento a 25 frammenti lignei ritrovati sul nastro adesivo che avvolgeva la testa e i capelli di Serena, oltre a tracce di resina e colla, andando a rafforzare l’ipotesi dell’accusa, secondo cui il primo giugno del 2001 la testa della 18enne sarebbe stata sbattuta da Marco Mottola, al culmine di una lite, contro la porta, fino a farle perdere i sensi. La giovane sarebbe stata poi soffocata e abbandonata nel boschetto di Fonte Cupa. Marco Mottola è imputato in concorso con la madre Annamaria e il padre Franco Mottola, ex comandante della caserma di Arce. Quest’ultimo ha sempre sostenuto di aver danneggiato la porta con un pugno sferrato di piatto durante una discussione con il figlio Marco. I tre dopo essere stati assolti due volte sono ora nuovamente imputati nel processo di Appello bis, dove sta andando in scena una battaglia di consulenze fra accusa e difesa. L’esperto del Ris, in particolare, ha escluso la possibilità di contaminazione nei reperti spiegando che cinque frammenti lignei sono stati ritrovati esattamente fra i nastri adesivi e i capelli di Mollicone e che fra gli altri elementi repertati sui nastri c’è anche "un residuo di vernice della caldaia dell’alloggio”. “Questi cinque frammenti collocati fra il nastro adesivo e i capelli di Serena escludono in radice ogni possibilità di contaminazione. Quanto detto oggi supporta l’ipotesi accusatoria, che Serena è entrata in caserma e non ne è più uscita. Anche la vernice della caldaia ritrovata ci dice che Serena è sicuramente stata lì” affermano i legali della famiglia Mollicone, gli avvocati Antonio Iafrate e Federica Nardoni. Di parere opposto l’avvocato Fabio Quadrini, difensore dei Mottola. “Abbiamo assistito all’ennesimo tentativo di adattare i fatti alla teoria e non la teoria ai fatti. Il consulente si è contraddetto rispetto a quanto detto precedentemente. Serena non ha impattato sulla porta, che non è il mezzo lesivo” conclude il difensore.
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Fiscozen, estendere il regime forfettario introducendo l’Iva semplificata
(Adnkronos) – Il Governo ha approvato l'innalzamento a 100.000 euro della soglia per il regime forfettario; si resta ora in attesa dell'esame parlamentare. Le regole europee prevedono che l’esenzione dall’IVA non possa superare gli 85mila euro di ricavi. Quali sono oggi le prospettive per i lavoratori forfettari? risponde all'Adnkronos/Labitalia Enrico Mattiazzi, ceo di Fiscozen. Le regole per questa fascia non sono ancora definite. Se venissero applicate quelle previste per chi è oggi in regime ordinario, i professionisti potrebbero ritrovarsi con più burocrazia e, in alcuni casi, guadagnare meno. L’Iva, infatti, non ha lo stesso impatto su tutti. Chi lavora con aziende e altri titolari di Partita Iva che possono detrarla, in genere non ne sostiene realmente il costo. Chi lavora con i privati, che non possono recuperarla, potrebbe invece dover aumentare i prezzi, rischiando di perdere clienti, oppure mantenere gli stessi prezzi e guadagnare meno. C’è poi il peso degli adempimenti: introdurre l’Iva significa gestire nuove registrazioni, liquidazioni periodiche, versamenti e dichiarazione annuale, oltre a indicare correttamente l’imposta in fattura. Nel regime ordinario, inoltre, di norma l’Iva va versata anche se il cliente non ha ancora pagato la fattura, costringendo il professionista ad anticipare soldi che non ha ancora incassato. Per gestire l'eventuale Iva oltre gli 85mila euro senza frenare le partite Iva, Fiscozen propone due soluzioni. Meno burocrazia: calcolare automaticamente l’Iva da versare, partendo dai dati delle fatture elettroniche e degli incassi. Più liquidità: rendere l’Iva dovuta solo dopo aver ricevuto il pagamento dal cliente, come già previsto, con alcuni limiti, dall’Iva per cassa. L'obiettivo è quello di ridurre la burocrazia e proteggere la liquidità, affinché superare gli 85mila euro non diventi una penalizzazione per chi cresce.
In merito alle recenti e ricorrenti considerazioni di alcuni esponenti politici ed economisti, secondo i quali il regime forfettario incentiva l’evasione fiscale, cosa pensano i liberi professionisti in regime forfettario?
La possibilità di vedere la soglia spostata da 85mila a 100mila euro è considerata dai professionisti come un importante sblocco dell’economia: circa la metà (49%) lavorerebbe più serenamente con prospettive maggiori di crescita, il 22% avvierebbe lavori tenuti fermi per paura di superare il tetto e il 13% avrebbe più margine per investire in strumenti e collaboratori (pur non potendone scaricare i costi) o per pianificare meglio il proprio futuro lavorativo. Dalla nostra indagine emerge quanto questo regime sia importante per chi lavora in proprio, soprattutto in un sistema che non prevede le stesse tutele dei dipendenti, dalla malattia alle ferie. Ma emerge anche un problema concreto: il passaggio al regime ordinario oggi può richiedere un aumento importante del fatturato per mantenere lo stesso guadagno netto precedente, penalizzando chi non ha alti costi da dedurre. Questa rigidità costringe a rinviare nuove opportunità di lavoro o trasferirsi all'estero. La buona notizia è che proprio in questo momento il Governo ha deciso di innalzare la soglia, ma è importante che questo passaggio venga fatto preservando la semplicità del forfettario, soprattutto sul tema dell’Iva.
Rispetto al tema della soglia, come la vivono i forfettari? Cos’è emerso dalla vostra indagine?
Il 93% dei forfettari vicini al tetto degli 85mila euro di fatturato si scontra con il cosiddetto 'effetto soglia' e decide di fermare l’attività o di non accettare nuovo lavoro pur di non sforare e finire nel regime ordinario. Per la maggior parte è una scelta conservativa di stabilità economica e per sette su dieci, avvicinarsi alla soglia, genera ansia e frustrazione con il timore, in caso di superamento, di dover lavorare di più per guadagnare di meno. Contrariamente a quanto affermato da alcune istituzioni ed economisti, il forfettario è visto dai professionisti come un incentivo alla regolarità piuttosto che all’evasione e il possibile innalzamento del tetto a 100mila euro è considerato dall’85% un potente strumento di crescita. Più della metà (55%) dei professionisti vicini al tetto di fatturato sceglie di continuare a lavorare posticipando consegne e pagamenti per l’inizio dell’anno nuovo, mentre il 39% spegne letteralmente i motori per andare in ferie o dedicarsi ad altre attività personali. La scelta di fermarsi risponde nel 92% dei casi a una logica di sostenibilità finanziaria: assenza di spese da dedurre ed eccessiva pressione fiscale che ridurrebbe il guadagno netto. Solo il 7% accetta invece la possibilità di sforare e passare al regime ordinario.
E qual è l’impatto emotivo dell’effetto soglia?
Il forfettario, nel suo complesso, fa dormire sonni tranquilli al 97% dei professionisti, per i quali la semplicità e la chiarezza delle regole contribuiscono alla serenità quotidiana, ma avvicinarsi alla soglia, situazione che secondo le stime di Fiscozen coinvolge circa 140mila professionisti in Italia (6,9% dei forfettari), mette in moto impatti psicologici importanti: quasi 7 su 10 (68%) sperimentano frustrazione o ansia, tra l’ambizione di crescita frenata dalla fiscalità e timore di fare il salto. Il restante 32% prova invece soddisfazione personale o serenità all’idea di poter gestire tempo e risorse. Le preoccupazioni principali riguardano l’aumento di tasse e adempimenti burocratici senza un proporzionale aumento del guadagno netto, complice la consapevolezza di non avere abbastanza costi da dedurre perché il nuovo regime sia conveniente. Un 6% segnala la paura di dover modificare i prezzi verso i clienti privati, anche solo per compensare l’Iva, rischiando così di perderli. Solo l’1% non indica preoccupazioni all’idea di cambiare regime.
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Juventus in ritiro fino alla sfida con il Napoli, confronto schietto Carnevali-squadra. Ecco come è andata
(Adnkronos) –
L'ad della Juventus Giovanni Carnevali ha avuto oggi un confronto molto diretto con la squadra, richiamando tutti alle proprie responsabilità verso la proprietà, la società e i tifosi, e ribadendo la fiducia nel gruppo di lavoro, ma sottolineando con grande fermezza come il momento attuale non sia accettabile. La richiesta è stata molto chiara: serve una reazione immediata, forte e concreta. Ora tutti sono chiamati a dare una risposta sul campo. Al termine del confronto, su decisione del Mister, condivisa dalla società, a quanto apprende l'Adnkronos, è stato deciso che da domani sera la squadra resterà in ritiro al JTC Continassa fino alla partita di domenica contro il Napoli.
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Bce lascia tassi interesse invariati a 2,50%
(Adnkronos) –
La Bce lascia invariati i tassi d’interesse, come da attese: quello sui depositi al 2,50%, sui rifinanziamenti al 2,65%. I tassi sui prestiti marginal sono al 2,90%. Lo rende noto l'Eurotower oggi, 29 ottobre, nella giornata caratterizzata dalla riunione del Consiglio direttivo a Francoforte. "Il Consiglio direttivo rimane ben posizionato per affrontare l’attuale elevata incertezza. Adotterà un approccio basato sui dati e valutato riunione per riunione per determinare l’orientamento appropriato della politica monetaria. In particolare, le decisioni del Consiglio direttivo in materia di tassi di interesse si baseranno sulla sua valutazione delle prospettive di inflazione e dei rischi ad esse connessi, alla luce dei dati economici e finanziari in arrivo, nonché delle dinamiche dell’inflazione di fondo e dell’efficacia della trasmissione", spiega la Bce. "I prezzi dell’energia hanno continuato a salire, determinando rischi al rialzo per le prospettive di inflazione e rischi al ribasso per quelle di crescita. Sebbene gli effetti dello shock energetico non si siano ancora manifestati appieno, l’inflazione di fondo è rimasta finora sostanzialmente stabile e, in questa fase, i salari non mostrano una reazione significativa", prosegue l'Eurotower. "L’aumento dell’entità e della durata dello shock energetico, nonché le implicazioni in termini di effetti indiretti e di secondo impatto, potrebbero determinare un aumento dell’inflazione e un rallentamento della crescita. Le condizioni di finanziamento si sono inasprite dall’ultima riunione del Consiglio direttivo, il che potrebbe pesare sull’inflazione e sulla crescita. Il Consiglio direttivo è impegnato a definire una politica monetaria volta a garantire che l’inflazione si stabilizzi al suo obiettivo del 2% nel medio termine".
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Il 75% dei giocatori ha accusato problemi al cervello, lo studio che preoccupa la NFL
(Adnkronos) –
Il 75% dei giocatori di football americano ha accusato problemi al cervello. È il risultato di un nuovo studio portato avanti dalla Boston University, che ha preso in esame oltre duemila ex giocatori morti tra il 2008 e il 2023, per accertare quanti di loro avessero ricevuto una diagnosi di Encefalopatia Traumatica Cronica (CTE). Si tratta di una malattia neurodegenerativa progressiva che può essere causata da ripetuta ripetuti traumi cranici o commozioni cerebrali, molto comuni negli sport di contatto, e che da anni è al centro delle attenzioni della National Football League, la principale lega di football americano statunitense. Lo studio è partito da una precedente ricerca condotta dalla stessa università, che ha stimato come una percentuale tra il 25% e il 98% degli ex giocatori NFL morti tra il 2016 e il 2021 soffrisse di CTE. Una ricerca pubblicato sul New York Times aveva invece riportato come un giocatore di football su 4 finisca per accusare lesioni al cervello. Questi dati sono alla base dello studio, che ha però premesso come la condizione possa derivare anche da altre patologie che hanno contribuito alla morte degli ex giocatori presi in esame: "Molti casi potrebbero essere stati in fase iniziale al momento del decesso e forse asintomatici", si legge nella pubblicazione. "Fornire una stima precisa della prevalenza della CTE tra i giocatori NFL deceduti aiuta a definire la portata del problema e a stabilire le priorità per le potenziali esigenze mediche attuali e future di questa comunità", ha dichiarato Julia Gallini, autrice principale e dottoranda presso la Boston University School of Public Health, in un comunicato stampa, "considerato che la CTE viene riscontrata in meno dell'1% dei donatori alle banche del cervello, la prevalenza stimata del 75% tra i giocatori della NFL deceduti in un periodo di 16 anni è preoccupante e suggerisce la necessità di intensificare gli sforzi per supportare le famiglie, diagnosticare la CTE in vita e trattare i sintomi correlati". I ricercatori hanno analizzato oltre duemila casi, 2362 per la precisione, tra cui 396 giocatori che hanno donato il proprio cervello, prendendo in esame anche i dati di ulteriori 1966 presenti nel National Death Index. La maggior parte dei cervelli dei donatori esaminati apparteneva proprio ad ex giocatori della NFL, che erano deceduti in giovane età, e circa il 94% dei loro cervelli presentava Encefalopatia Traumatica Cronica. Il tema della CTE è molto attuale per la NFL, che "si impegna costantemente per rendere il gioco del football più sicuro, anche attraverso l'implementazione di strategie per ridurre le commozioni cerebrali e gli impatti alla testa", aveva dichiarato la lega in un comunicato ad ABC News, "la NFL resta impegnata a garantire che la sua comunità abbia accesso a una serie di risorse solide e in continua espansione per migliorare il proprio benessere fisico e mentale". Lo studio è stato accolto con preoccupazione dal sindacato che rappresenta i giocatori, la NFL Players Association: "Studi come questo sono fondamentali per migliorare la nostra comprensione degli effetti a lungo termine del football americano", ha dichiarato il sindacato a ANC News, affermando che bisogna "impegnarsi a sostenere la ricerca scientifica, investire in risorse che favoriscano il benessere fisico e mentale dei giocatori e ampliare l'accesso alle cure affinché possano beneficiare di migliori risultati in termini di salute durante e dopo la loro carriera agonistica".
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