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Usa, amministrazione Trump approva vendita armi a Israele per 2,8 miliardi

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(Adnkronos) –
L’amministrazione Trump ha approvato la vendita di bombe pesanti a Israele per un valore di 2,8 miliardi di dollari, in quello che si annuncia come uno dei più imponenti approvvigionamenti di armi a Israele da parte americana. A scriverne è il New York Times citando un funzionario statunitense. La vendita includerebbe 40mila bombe da una tonnellata, il cui impiego da parte di Israele a Gaza e in Libano ha suscitato indignazione a livello internazionale a causa dei danni causati alla popolazione civile. Le organizzazioni per i diritti umani e alcuni governi stranieri hanno condannato Israele per aver sganciato queste munizioni giganti in aree densamente popolate.  L'accordo includerebbe 20mila esemplari di bombe MK-84 e di Blu-117 da una tonnellata circa. Fornirebbe inoltre a Israele 20mila testate I-2000 anti-bunker, che esplodono a tempo dopo aver sfondato una superficie esterna come terra, roccia o cemento.  Il Dipartimento di Stato ha recentemente inviato la proposta di accordo a due commissioni del Congresso per ottenere un’approvazione informale, ha affermato il funzionario. La produzione e la consegna delle munizioni richiedono solitamente mesi o anni, ma esistono modi per accelerare il processo, sottolinea il New York Times.  A metà del 2024, l’amministrazione Biden ha sospeso una spedizione di bombe da una tonnellata destinate a Israele a causa dei timori relativi al loro impiego in aree civili densamente popolate.  Il presidente Trump ha autorizzato la spedizione pochi giorni dopo il suo insediamento, lo scorso gennaio. Sebbene i leader del Congresso possono comunicare all’amministrazione la loro opposizione all’accordo, il segretario di Stato Marco Rubio può esercitare i poteri di emergenza per procedere comunque con la vendita, come ha già fatto più volte, oppure limitarsi a dichiarare che intende portarla avanti. L’amministrazione potrebbe quindi aggirare la necessità di ottenere l’approvazione informale del Congresso e annunciare formalmente che la vendita sta avvenendo. In tali casi, per bloccare l'accordo sia la Camera che il Senato dovrebbero approvare una risoluzione che richiederebbe il sostegno dei due terzi di ciascun organo.   
—internazionale/esteriwebinfo@adnkronos.com (Web Info)

Temporary Management, quote rosa fanno ancora fatica a decollare

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(Adnkronos) – Il tema delle quote rosa è tornato recentemente di attualità anche a seguito dell’entrata in vigore, lo scorso 30 giugno, della Direttiva (EU) 2022/2381 che richiede alle società quotate il rispetto dei seguenti parametri: almeno il 40% di tutte le posizioni di non executive director o almeno il 33% di tutte le posizioni di board member devono essere coperti da donne. 
Nel temporary management cosa succede?  Adnkronos/Labitalia lo ha chiesto a Maurizio Quarta, Managing Partner di Temporary Management & Capital Advisors e co-fondatore del gruppo internazionale IMW Interim Management Worldwide, e a Jonathan Selby, presidente di INIMA, rete internazionale delle associazioni di temporary manager. Secondo Quarta: “Le quote rosa fanno ancora fatica a decollare. Una recente indagine internazionale realizzata da IMW Interim Management Worldwide su una popolazione di oltre 13.000 manager in 12 paesi (Austria, Germania, Belgio, Svizzera, UK, Danimarca, Svezia, Polonia, Ungheria, Francia, Cina e ovviamente Italia, che ha fornito una delle redemption più alte) aveva evidenziato come la componente femminile si assestasse a poco meno del 15% a livello internazionale e tra 8% e 10% a livello Italia. Esistono certamente dei casi super virtuosi, come l’Australia, dove la componente femminile è presente al 36% nei Board, mentre nel Bacino dei temporary manager le donne sono rappresentate al 39.5% a fronte del 34.1% nel 2025 (fonte: Watermak). Incidentalmente, le donne sono in maggioranza nelle aree HR e Marketing. 
Come si spiega questo fatto?  Continua Quarta: “la prima e più ovvia spiegazione, secondo gli esperti del settore, va forse collegata direttamente all’elemento anagrafico. Il grosso dei temporary manager si colloca in una fascia d’età attorno ai 50 anni, il che fa capire che si tratta di figure professionali diventate dirigenti almeno una ventina d'anni prima, quando ancora la presenza femminile a livello apicale nelle aziende italiane era piuttosto rara. All’epoca ricordo che incontravo donne collocate e inquadrate come quadri in grosse realtà aziendali anche se in realtà svolgevano mansioni da dirigenti, per le quali va riconosciuto che erano correttamente pagate. La dirigenza però era loro preclusa perché l’ambiente era troppo maschilista e fortemente segnato dal pregiudizio: si pensava, infatti, che un capo donna avrebbe potuto creare dei problemi ai collaboratori maschi, e così restavano dei quadri pur svolgendo mansioni manageriali a tutti gli effetti”.  
Situazione in evoluzione?  Sempre secondo Quarta, “piano piano però le cose si sono sviluppate e ora, grazie anche alla legge Golfo-Mosca, l'approccio culturale è differente, e nelle aziende (non solo quelle quotate in borsa) le donne hanno iniziato a salire i gradini della catena di comando e a essere riconosciute come top manager. Tuttavia per le 'manager a tempo' si procede ancora con fatica. Si assiste a una lenta inversione di tendenza, grazie anche al significativo aumento di donne dirigenti nelle aziende italiane, ma sono ancora pochissime”. 
E negli altri paesi europei cosa succede?
 Secondo Selby, “in Europa, le donne occupano circa il 35% delle posizioni manageriali, secondo Eurostat. In confronto, solo il 16% degli interim manager è donna, secondo Inima. Questo dimostra che, in termini di equilibrio di genere, l’interim management è ancora molto indietro rispetto alle carriere manageriali permanenti. L’interim management non sta seguendo il ritmo di evoluzione del più ampio bacino di dirigenti”. 
Questo perché?  Selby ricorda tre delle caratteristiche fondamentali del temporary management: “Competenza: devono essere in grado di apportare esperienza e risultati fin dal primo giorno; disponibilità: devono poter iniziare rapidamente, spesso assumendo carichi di lavoro particolarmente elevati. Mobilità: devono frequentemente trasferirsi o viaggiare in modo esteso”. 
Questo genera barriere alla partecipazione femminile?
 
“Certamente – continua Selby – gli incarichi di interim management richiedono spesso di raggiungere rapidamente nuove sedi, talvolta con un preavviso minimo.Le donne continuano a sostenere una quota sproporzionata delle responsabilità familiari e di cura, inclusa l’assistenza ai figli e ai genitori anziani. Questo rende più difficile garantire il livello di flessibilità richiesto. Il passaggio tipico da una carriera manageriale permanente all’interim management avviene intorno ai 49 anni. In questa fase della vita, molte donne sono ancora fortemente coinvolte nelle responsabilità di cura. La tempistica rende quindi particolarmente difficile la transizione verso questa professione”. Secondo Quarta, “non va dimenticato che la flessibilità del temporary management è molto particolare, in quanto vede l’alternanza di periodi di intensissimo impegno con periodi di non attività. In questo senso, l’aumento degli incarichi su base part time o fractional parrebbe favorire una magggiore partecipazione di manager al femminile. Selby aggiunge alcuni aspetti legati alla percezione della vulnerabilità: “Viaggi, trasferimenti e spostamenti con breve preavviso possono essere percepiti come più rischiosi per le donne. Inoltre, le preoccupazioni relative alla sicurezza negli spazi pubblici e durante i viaggi sono reali, soprattutto quando gli incarichi comportano località sconosciute, trasferte frequenti o attività al di fuori degli orari di lavoro tradizionali”. Un altro ostacolo è rappresentato dal tipo di competenze spesso richieste. Secondo Selby, “molti incarichi di interim management, come turnaround, ristrutturazioni operative e trasformazioni tecnologiche, richiedono competenze tecniche. Poiché un numero inferiore di donne studia discipline STEM di tipo tecnico – solo un laureato su tre è donna – o progredisce all’interno di ruoli tecnici, il bacino di candidate disponibili è più limitato”. Puntualizza: “esiste anche un problema legato alla concentrazione settoriale. Le donne sono infatti sovrarappresentate in settori che generano un numero inferiore di incarichi di interim management, come sanità e istruzione. Sono invece sottorappresentate nei settori in cui le opportunità sono più numerose, tra cui manifattura, macchinari, industria e ingegneria”. 
Esiste secondo voi una qualche forma di sessismo?  Secondo Selby “le aziende e i provider di interim management possono, spesso inconsapevolmente, favorire candidati uomini. Tuttavia, non esistono evidenze oggettive che giustifichino questa preferenza. Gli incarichi vengono spesso assegnati attraverso reti di contatti professionali. Network prevalentemente maschili possono quindi limitare la visibilità delle donne. Gli uomini tendono inoltre a promuoversi in modo più aggressivo per ottenere incarichi di interim management, mentre le donne possono sottovalutare il proprio livello di preparazione”. Quarta afferma che “negli oltre vent’anni di gestione di progetti a livello Italiano e internazionale, non abbiamo mai riscontrato esplicite, ma neppure “sotterranee”, indicazioni tendenti ad escludere manager al femminile. Va d’altra parte citato che un’indagine UK di qualche anno fa riportava come le temporary manager avessere compensi più bassi di un 7% rispetto ai colleghi maschi, con il sessismo quale unica spiegazione fornita (il fenomeno non ha però riscontri in Italia)”. Sul tema si esprime Marei Strack, presidente di Ddim, l’associazione tedesca degli interim manager: “nell’interim management, sia gli uomini sia le donne continuano ad attribuire maggiore competenza ai manager uomini rispetto alle donne. Persino la maggior parte degli uomini ritiene che una donna debba fare molto di più per ottenere lo stesso riconoscimento di un uomo. Per le interim manager questo significa dover ‘vendere’ attivamente le proprie competenze ancora più dei colleghi uomini, cosa che molte donne trovano difficile.” 
Esistono differenze significative tra un paese e l’altro?  Riprende Selby: “la partecipazione femminile nei ruoli dirigenziali permanenti è aumentata gradualmente, mentre nell’interim management è rimasta sostanzialmente stabile. Esiste un effetto ritardato: l’offerta di interim manager donne dipende dal numero di donne presenti oggi nel bacino dei dirigenti permanenti.Alcuni Paesi, come Francia e Polonia, presentano percentuali più elevate di dirigenti donne, rispettivamente il 29% e il 36%, secondo l’Inima survey 2025. Questo risultato è dovuto in larga parte agli interventi normativi riguardanti le nomine nei ruoli dirigenziali permanenti.” Secondo Jean-Philippe Ménétret, presidente di IFMT Alumni, l’associazione francese degli interim manager: “nel 2021, la legge francese Rixain ha introdotto l’obbligo di raggiungere una quota del 30% di donne entro il 2027 negli organi direttivi delle aziende con più di 1.000 dipendenti, che rappresentano circa un terzo degli incarichi di interim management. Il marchio ‘Indice di uguaglianza di genere’ è oggi un elemento di riconoscimento per le aziende che integrano la parità professionale nelle proprie attività di responsabilità sociale. Un’ulteriore spiegazione può essere la diversità delle funzioni ricoperte nell’interim management in Francia. Gli incarichi in ambito finanziario e risorse umane rappresentano rispettivamente il 27% e il 15% del totale, quindi il 42% complessivo, e sono ricoperti da donne rispettivamente nel 60% e nel 64% dei casi”. Stanislaw Wojnicki, membro del consiglio direttivo di SIM, l’associazione polacca degli interim manager, aggiunge: “durante i primi decenni successivi al 1945, il governo promosse politiche volte a incoraggiare le donne a proseguire gli studi e a ricoprire ruoli che fino ad allora erano considerati maschili. Questo contribuì ad aumentare la presenza femminile nei diversi livelli della forza lavoro.Inoltre, la percentuale di donne varia a seconda della professione. La rappresentanza femminile è sensibilmente maggiore nelle funzioni finanziarie e nelle risorse umane, che rappresentano il 16% della forza lavoro interim.” 
Quale futuro?  Secondo Selby, “l’interim management richiede una disponibilità e una mobilità ancora maggiori rispetto ai ruoli dirigenziali permanenti. Questo spiega in parte perché la partecipazione femminile si fermi al 16%. La parità può essere un’aspirazione di lungo periodo, ma nel breve termine non rappresenta un obiettivo realistico. Un parametro più concreto sarebbe allineare la rappresentanza femminile nell’interim management alla percentuale di donne presenti nei ruoli manageriali permanenti di ciascun Paese. Il cambiamento sarà lento e si verificherà soprattutto come conseguenza indiretta dell’evoluzione del mercato: un numero maggiore di donne in ruoli dirigenziali permanenti oggi aumenterà progressivamente il bacino di donne disponibili per gli incarichi di interim management domani. Questo processo è già visibile in Francia e in Polonia”. Continua Selby: “è necessario lavorare su alcuni fattori strutturali: mobilità, disponibilità, reti professionali e dimensioni del bacino di dirigenti. Con l’aumento del numero di donne in posizioni manageriali senior permanenti, la sfida per il settore sarà fare in modo che l’interim management diventi un percorso professionale realistico e attrattivo. Gli stili di leadership femminili sono spesso più trasformazionali e maggiormente orientati alle relazioni, secondo Eagly e Carli. Negli incarichi interim legati al cambiamento, l’attenzione alla cura delle persone, alla comunicazione e alla visione rappresenta un punto di forza distintivo che le aziende e i provider dovrebbero riconoscere e valorizzare”. Continua: “ridurre il divario dipende anche da cambiamenti sociali più ampi: servizi per l’infanzia economicamente accessibili, soluzioni per l’assistenza agli anziani, incentivi alla condivisione del congedo parentale e normalizzazione di modelli familiari più flessibili. Soprattutto, è necessario un cambiamento culturale nel quale uomini e donne condividano in modo equilibrato le responsabilità di cura e nel quale l’idea di un marito che rimane a casa non sia considerata né insolita né stigmatizzante. Questi aspetti sono fondamentali per le dirigenti in generale, ma diventano ancora più determinanti per le donne nell’interim management, dove disponibilità e mobilità rappresentano elementi centrali della professione”. Conclude Quarta: “anche la composizione della domanda sta man mano portando ad un sia pur non velocissimo cambio di passo: cresce costantemente la quota di pmi anche molto piccole (sotto i 5 milioni) che vede nel temporary lo strumento ideale per portare in casa le competenze manageriali necessarie a gestire le numerose e complesse sfide che si trovano di fronte. Per molte di queste aziende, un classico progetto full time rischia di essere eccessivamente oneroso dal punto di vista economico, ma anche organizzativo: da qui, un sempre maggiore interesse verso progetti part time o fractional, che per molte donne, specie nella fascia d’età 40-45, rappresenterebbero un’ottima soluzione per meglio bilanciare vita personale e vita lavorativa”. 
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Quando torna in campo Sinner? Il numero uno si allena a Montecarlo

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(Adnkronos) – Il conto alla rovescia è cominciato. Jannik Sinner è tornato ad allenarsi a Montecarlo dopo le settimane di stop imposte dal problema al ginocchio destro e guarda alla tournée asiatica come possibile punto di ripartenza della sua stagione. Il numero uno del mondo ha concluso il ciclo di terapie al J Medical di Torino e ha ripreso progressivamente il lavoro sul campo. Le indicazioni arrivate negli ultimi giorni sono incoraggianti ma il ginocchio, fermato da un'infiammazione tendinea, resta sotto osservazione. Niente corse contro il tempo: la parola d'ordine è prudenza. La prima finestra per il rientro porta in Cina, al torneo di Pechino: l'appuntamento è fissato dal 30 settembre al 6 ottobre. Sinner è regolarmente iscritto, ma la sua presenza non è ancora una certezza assoluta. Saranno gli allenamenti dei prossimi giorni a dare le risposte più importanti. Il ritorno in campo, insomma, è vicino ma dovrà essere costruito passo dopo passo. Dopo lo stop e le rinunce forzate, l'obiettivo è ritrovare fiducia e ritmo senza rischiare ricadute. 
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Omicidio di Rob Reiner e della moglie, il figlio Nick non sarà condannato a morte: il ruolo dei fratelli

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(Adnkronos) – Niente pena di morte per Nick Reiner, accusato del duplice omicidio dei genitori, Michele e Rob Reiner. E' quanto hanno deciso i procuratori della California, pare – secondo quanto riporta la stampa locale – in considerazione delle opinioni dei familiari e delle convinzioni storiche del regista contro la pena capitale. Nick Reiner, 33 anni, deve rispondere di due capi d'accusa per omicidio di primo grado, con l'aggravante della

premeditazione
. Si è sempre dichiarato
non colpevole. Il procuratore distrettuale della contea di Los Angeles, Nathan Hochman, ha dichiarato nelle scorse ore che la pena massima prevista per lui sarà l'ergastolo senza possibilità di libertà condizionale. La decisione di rinunciare alla pena di morte è stata presa dopo essersi consultato con la famiglia di Nick, tra cui il fratello Jake Reiner, 35 anni, e la sorella Romy, 28. "Abbiamo parlato con i fratelli di Nick ed hanno espresso chiaramente la loro posizione", ha confermato Hochman parlando ieri ai giornalisti. "Ne abbiamo tenuto conto nel decidere, in ultima analisi, di non richiedere la pena di morte". Era il 14 dicembre scorso quando il regista Rob Reiner e la moglie Michele Singer Reiner furono accoltellati a morte nella loro casa di Brentwood, in California. Poche ore dopo, le autorità arrestarono il figlio Nick, che pare soffra di schizofrenia, incriminandolo per gli omicidi. 
—internazionale/esteriwebinfo@adnkronos.com (Web Info)

Mobilità sostenibile e città del futuro protagoniste a ECO-Festival

ROMA (ITALPRESS) – Due giornate di confronto su mobilità sostenibile, trasformazione urbana, innovazione, sicurezza e clima. ECO – Festival della Mobilità Sostenibile e delle Città Intelligenti, svoltosi a Roma, ha riunito istituzioni, imprese, esperti, mondo della ricerca e studenti per discutere come cambiano gli spostamenti degli italiani e quali sfide attendono le città.
Ad aprire il confronto sono state le anticipazioni dell’Osservatorio Audimob di Isfort. Nel 2025 gli spostamenti giornalieri sono saliti a 101 milioni, contro gli 89 del 2021, ma l’auto continua a rappresentarne oltre il 60%, mentre il trasporto pubblico resta sotto il 10%. L’Indice di Mobilità Sostenibile si ferma al 34%, sostanzialmente sullo stesso livello del 2000. Forti le differenze territoriali: nelle città oltre i 250 mila abitanti il trasporto pubblico raggiunge il 18,4%, mentre nei Comuni sotto i 50 mila abitanti scende al 4-5%; nei piccoli centri il peso dell’auto sfiora il 75%. Emergono però segnali di disponibilità al cambiamento. La Propensione al Cambio Modale resta negativa per l’auto (-10,8), ma è positiva per il trasporto pubblico (+13,8) e soprattutto per la bicicletta (+25,2).
Al centro anche integrazione dei servizi e digitalizzazione, con il MaaS for Italy illustrato dal MIT, mentre Regionale di Trenitalia ha richiamato il rinnovo della flotta, con 1.009 treni di nuova generazione già consegnati e 1.081 previsti entro il 2027. Nel confronto anche il rapporto tra mobilità e trasformazione del territorio, la misurazione dei benefici ambientali e sociali, l’Agenda 2030, l’educazione ambientale e il ruolo delle città come “miniere metropolitane”, secondo la definizione richiamata da CONAI.
La seconda giornata ha allargato lo sguardo alla città del futuro. “La città del futuro sia quella in cui muoversi è un diritto uguale per tutti: per chi ha un’auto e per chi non ce l’ha, per chi cammina e per chi si muove in carrozzina”, ha sottolineato l’assessore alla Mobilità di Roma Capitale, Eugenio Patanè, richiamando sicurezza stradale, strade scolastiche, tecnologia e trasporto pubblico.
La sicurezza urbana è stata affrontata anche attraverso l’evoluzione dell’auto elettrica e automatizzata, con ACI-Fondazione Caracciolo, mentre Enel ha posto l’accento sulle infrastrutture di ricarica. Amazon ha illustrato il contributo di intelligenza artificiale, logistica, approvvigionamento da fonti carbon-free, elettrificazione dell’ultimo miglio e riduzione degli imballaggi.
Ampio spazio anche alla resilienza climatica e al capitale naturale. La forestazione urbana è stata indicata come leva per mitigare isole di calore e inquinamento, con il richiamo alla necessità di scegliere “la specie giusta per il posto giusto”. Intesa Sanpaolo ha sottolineato il valore della collaborazione tra pubblico, privato, profit e non profit, mentre Confcommercio ha evidenziato il ruolo del commercio di vicinato nella rigenerazione dei centri storici.
Uno sguardo internazionale è arrivato da Parigi, dove il 65% degli spostamenti interni avviene a piedi, l’uso delle piste ciclabili è cresciuto del 34% tra 2020 e 2024 e il 66% dei residenti non possiede un’auto. A chiudere, il confronto tra Bologna, Firenze, Bergamo e Roma sulle nove città italiane coinvolte nella Missione UE “100 città per la neutralità climatica al 2030”, tra trasporto pubblico elettrico, ciclabilità, forestazione, riqualificazione energetica, scuole sostenibili e rifugi climatici.
Nel corso delle due giornate sono stati inoltre assegnati riconoscimenti a Confcommercio, alle giornaliste Alessandra Schepisi e Chiara Giallonardo, al presidente del CONI Luciano Buonfiglio, a Francesca Rossi e a Silvia Livoni. Ad assistere alle due giornate, presenti numerose classi di scuole superiori che hanno riempito la platea, testimoniando il coinvolgimento diretto delle nuove generazioni.

– foto ufficio stampa Eco-Festival –
(ITALPRESS).

Vino: Champagne Nicolas Feuillatte festeggia 50 anni di storie condivise

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(Adnkronos) – Alcuni oggetti hanno il potere di riportarci istantaneamente indietro nel tempo, a un ricordo, a un’emozione. Un Walkman, un telefono con filo, gli albori di Internet o l’arrivo delle cuffie wireless… Dal 1976, anche lo Champagne Nicolas Feuillatte accompagna questi momenti che scandiscono le nostre vite. In occasione del suo 50° anniversario, il marchio festeggia cinque decenni all’insegna della sua cuvée emblematica, la Réserve Exclusive Brut, dal caratteristico colore blu. Una collezione gioiosa e intergenerazionale che rivisita i grandi simboli culturali dagli anni ’70 ad oggi. Faro di questo anniversario, l’etichetta che abbraccia diversi decenni riunisce i simboli di ogni epoca: la palla a specchi, il giradischi, il Tamagotchi, l’hashtag o il fiore retrò. Tante icone che raccontano l’evoluzione dei nostri stili di vita e fanno riaffiorare ricordi familiari. I collezionisti scopriranno inoltre altre cinque grafiche esclusive, ciascuna dedicata a un decennio, trasformando ogni bottiglia in una vera e propria capsula del tempo. Infine, un cofanetto conclude i festeggiamenti riunendo le diverse icone che attingono ai ricordi della vita quotidiana. 
—lavoro/made-in-italywebinfo@adnkronos.com (Web Info)

M5S, da venerdì a domenica voto online su proposte per programma coalizione

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(Adnkronos) – Da venerdì 18 settembre, alle 14, fino a domenica 20, alla stessa ora, la base del Movimento 5 stelle potrà dare il via libera al programma che il presidente Giuseppe Conte porterà al tavolo della coalizione progressista per scrivere insieme le proposte e, dunque, candidarsi al governo del Paese. Con un messaggio sul sito ufficiale, i pentastellati convocano infatti l'assemblea che concluderà Nova: Parola all'Italia, il percorso deliberativo e di ascolto che li ha impegnati in questi ultimi mesi.  "Care iscritte, cari iscritti – scrivono – è stato un percorso lungo e impegnativo: oltre 17mila persone hanno partecipato agli incontri sui territori, poi è arrivato il confronto deliberativo e fra qualche giorno ci ritroveremo a Milano per la fase conclusiva. Tutto è nato da una domanda: 'Cosa deve fare il governo della coalizione progressista nei prossimi cinque anni per migliorare concretamente la vita delle italiane e degli italiani?'. Da lì è nato un insieme di proposte, che porteremo al tavolo della coalizione. Alcune rispondono alle urgenze che pesano ogni giorno sulla vita delle famiglie; altre guardano più lontano e proiettano il Paese nel futuro. Tutte nascono dalle indicazioni emerse durante il percorso partecipato. Adesso tocca a voi: sarete voi, con il vostro voto, a decidere quali saranno le proposte che porremo al centro della nostra azione politica. Questi contributi vengono dal basso, dal confronto tra migliaia di persone che si sono incontrate e hanno liberamente discusso soluzioni per il bene del Paese. Ora siamo nella condizione di poter scrivere un programma che risponde a bisogni veri, concretamente avvertiti dai cittadini, dalle famiglie, dalle imprese. È esattamente questa grande partecipazione civica che ci garantisce il carattere autenticamente progressista del programma di governo". E quindi "è convocata l’assemblea degli iscritti mediante lo strumento della consultazione in rete per deliberare sui seguenti argomenti: 'Cosa deve fare il governo della coalizione progressista nei prossimi cinque anni per migliorare concretamente la vita delle italiane e degli italiani. Proposte per il programma della coalizione progressista'. Il dettaglio delle proposte sarà pubblicato nei prossimi giorni". 
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Cancro del pancreas, allo studio test del sangue per la diagnosi precoce

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(Adnkronos) – Uno dei motivi per cui il cancro al pancreas rimane una neoplasia così letale è che viene in genere scoperto in fase avanzata, quando si è già diffuso. Un ampio studio internazionale pubblicato su 'Nature Medicine' potrebbe ora segnare un passo avanti nella sfida di anticipare la diagnosi. Un gruppo di ricercatori del City of Hope, una delle più grandi organizzazioni per la ricerca e la cura del cancro negli Stati Uniti, ha guidato lo sviluppo di un nuovo test del sangue sperimentale che potrebbe aiutare a individuare il cancro al pancreas nelle sue fasi iniziali, quando la malattia è più trattabile e potenzialmente curabile. I dati sembrano promettenti. Lo studio ha rilevato che questa biopsia liquida (Panxeon*) è risultata altamente sensibile nel rilevare la neoplasia in stadio 1 e 2, con un basso tasso di falsi positivi. Il test sperimentale è stato anche in grado di identificare la displasia di alto grado, una condizione precancerosa del pancreas, consentendo potenzialmente un intervento prima che si sviluppi il cancro, spiegano gli esperti. La ricerca è stata supportata dagli statunitensi National Institutes of Health (Nih) – National Cancer Institute e dall'italiana Airc. "Il cancro al pancreas rimane così letale soprattutto perché lo scopriamo quando ormai la finestra di opportunità per la cura ha iniziato a chiudersi", osserva l'autore senior del lavoro, Ajay Goel, direttore del Dipartimento di diagnostica molecolare e terapie sperimentali del City of Hope. Per i pazienti, questi risultati rappresenterebbero "un passo avanti verso la diagnosi del cancro al pancreas prima della comparsa dei sintomi e quando sono ancora disponibili più opzioni terapeutiche". Il cancro al pancreas ha i tassi di sopravvivenza più bassi tra tutti i tumori (solo il 14% dei pazienti a 5 anni dalla diagnosi). Circa il 90% dei malati riceve la diagnosi in fase avanzata, quando la neoplasia si è già diffusa.  La biopsia liquida Panxeon adotta un approccio diagnostico innovativo e ha il potenziale per cambiare i tempi di diagnosi e trattamento di questo tumore. Funziona analizzando un campione di sangue per rilevare non uno, ma 3 marcatori del tumore al pancreas: microRna circolanti, microRna esosomiali e una proteina chiamata CA19-9. Il test utilizza quindi l'Ai per combinare tutte e tre le misurazioni in un unico punteggio che stima il rischio del paziente. Si tratta del primo test sperimentale a combinare questi tre biomarcatori in un unico esame. Per il nuovo studio i ricercatori hanno testato la biopsia liquida su quasi 1.800 pazienti negli Stati Uniti, in Europa e in Asia per determinare se i risultati promettenti precedentemente riportati si sarebbero confermati in diversi contesti clinici. I dati ottenuti vengono definiti "molto incoraggianti". L'esame del sangue ha identificato correttamente il cancro al pancreas di stadio 1 e 2 nell'87% dei casi, mentre il tasso di falsi positivi è stato solo del 3% nei gruppi a basso rischio e del 16% nei gruppi ad alto rischio. Piuttosto che sostituire le tecniche di imaging o altri test diagnostici, questa biopsia liquida potrebbe aiutare a identificare i pazienti ad alto rischio che dovrebbero essere sottoposti a ulteriori accertamenti, precisa Goel. In particolare, Panxeon è risultato in grado di identificare la displasia di alto grado, condizione precancerosa avanzata spesso considerata lo 'stadio 0' del cancro al pancreas, in oltre il 64% dei casi. Questa scoperta potrebbe aiutare i medici a identificare meglio quali cisti pancreatiche richiedono un monitoraggio attivo o un intervento prima che si sviluppi un cancro invasivo.  La diagnosi precoce è da anni un obiettivo primario della ricerca, ma i precedenti test ematici si sono rivelati insufficienti. La combinazione di più biomarcatori in un unico test e la sua successiva valutazione in persone con rischio genetico familiare o ereditario, cisti pancreatiche e pancreatite cronica, anziché solo in soggetti sani, è ciò che distingue questo esame del sangue, spiega Goel: "La maggior parte dei biomarcatori fornisce solo una parte del quadro. La combinazione di più segnali biologici ci offre un'immagine più chiara di ciò che potrebbe accadere nel pancreas". I pazienti che potrebbero trarre maggior beneficio sono quelli con rischio ereditario, anamnesi familiare di tumore al pancreas, cisti pancreatiche o pancreatite cronica. Queste persone vengono spesso monitorate tramite esami di imaging e altri test, ma gli approcci attuali sono invasivi, costosi e solo parzialmente utili per individuare il tumore nelle fasi iniziali. Un esame del sangue affidabile potrebbe aiutare a identificare chi necessita di ulteriori accertamenti. "Un cambio di stadio non è solo una statistica", evidenzia Goel. "Prima riusciamo a diagnosticare il cancro al pancreas, maggiori sono le possibilità di intervenire in modo efficace".  City of Hope sta promuovendo la ricerca sulla diagnosi precoce, su terapie mirate al gene Kras, vaccini contro il cancro e una rete nazionale di studi clinici per rendere disponibili più rapidamente ai pazienti nuovi trattamenti promettenti. Attraverso lo Stephenson Global Pancreatic Cancer Research Institute, inaugurato con una donazione storica di 150 milioni di dollari, l'organizzazione punta ad accelerare la ricerca sul cancro al pancreas in tutto il mondo. 
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Al Bano si esibisce a Tel Aviv, è polemica: “In un mondo diviso, la musica continua a essere un ponte”

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(Adnkronos) – "In un mondo diviso, la musica continua a essere un ponte". Così Al Bano risponde alle critiche ricevute sui social dopo la sua esibizione a Tel Aviv, dove il cantautore di Cellino San Marco si è esibito lo scorso 13 settembre sul palco Charles Bronfman Auditorium in occasione dei festeggiamenti per il Capodanno ebraico.  L'artista è finito al centro di una bufera social sotto al video dell'esibizione condiviso sul suo profilo Facebook. Tra i commenti c'è chi ha contestato la scelta di esibirsi in Israele mentre è in corso il conflitto. "Ci dica Al Bano, com’è stato cantare Felicità mentre a poche decine di chilometri si consuma un massacro di bambini?", ha scritto un utente tra i commenti.  A queste accuse il cantautore ha replicato rivendicando il valore della musica: "Da orgoglioso italiano e cittadino del mondo, credo che la musica non conosca confini. Parla un linguaggio universale, capace di unire persone di ogni nazionalità, cultura e credo. Per tutta la mia vita, la musica è stata il mio modo di condividere emozioni, costruire amicizie e creare legami con gli altri. Quando salgo su un palco, lo faccio con questo spirito: con rispetto per il mio pubblico e con fiducia nella nostra umanità. Comprendo le preoccupazioni legate alla mia esibizione".    "La mia presenza – aggiunge Al Bano – vuole essere un gesto di vicinanza umana, ispirato dalla pace e dalla compassione. In un mondo diviso, la musica continua a essere un ponte. Il mio desiderio è mantenerlo aperto, usando la mia voce per ispirare comprensione, amicizia e speranza, oggi e per le generazioni che verranno".   
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Aldo Cazzullo: “Michelangelo come Messi e Leonardo come Maradona”

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(Adnkronos) –
Aldo Cazzullo tornain libreria con ‘Quando l’Italia rinacque. Il nostro Rinascimento’, (HarperCollins) un viaggio nell’epoca che ha posto l’uomo “al centro del mondo” e che, come spiega il giornalista e scrittore, rappresenta ancora oggi la radice più profonda della nostra identità. Nel dialogo con l’Adnkronos, Cazzullo non solo ripercorre le grandi figure del Rinascimento, ma si concede anche un parallelo calcistico che sintetizza la potenza dei suoi protagonisti: Michelangelo come Messi, Leonardo come Maradona. "Messi – dice – è il calciatore più grande, perché è solo un calciatore. Maradona non è paragonabile perché non è stato soltanto un calciatore, è stato anche un capopopolo, un ribelle, un personaggio. Analogamente, e lo dico sorridendo, Michelangelo è stato l'artista più grande, perché era un artista, mentre Leonardo è fuori classifica perché non era soltanto un artista, era un genio, un visionario, uno stregone". 
Lei racconta il Rinascimento, un periodo in cui l’Italia 'fu al centro del mondo'. E' un invito a riscoprire l’identità del nostro Paese, che troppo spesso dimentica la sua storia?  "Sì, assolutamente sì. In tutti i miei libri ho cercato di ricostruire un tassello dell’identità italiana. Ho scritto sull’antica Roma, su San Francesco, su Dante, sul Risorgimento, sulla Prima Guerra Mondiale, sul Fascismo, sulla ricostruzione. Indagando la storia italiana ho trovato tantissime storie e tantissimi esempi in cui noi tendiamo un po’ a denigrarci. Ma non è vero: ci sono stati milioni di italiani per cui l’Italia era una cosa seria, un valore che valeva la vita. E nel Rinascimento l’Italia era davvero al centro del mondo, la cultura italiana aveva un respiro universale e parlava agli uomini di ogni luogo ed epoca, anche a noi". 
Ai suoi lettori ha raccontato la Bibbia, Roma e il 'suo impero infinito', San Francesco 'il primo italiano'. Cosa l’ha portata ora al Rinascimento?  "Intanto l’orgoglio di essere italiano. E poi la consapevolezza che il Rinascimento e l’umanesimo non spuntano dal nulla: sono la conseguenza di un percorso che comincia con San Francesco e prosegue con Dante e Giotto. L’umanesimo cristiano nasce con Francesco: l’idea che ogni uomo è unico e irripetibile, che davanti a Dio tutti sono uguali. Dante trova in Francesco la lingua, il disprezzo per il denaro male guadagnato, il rispetto per la donna. Il Rinascimento porta tutto questo alle estreme conseguenze: nell’arte, nella scienza, nel pensiero. È un’idea modernissima e urgente, soprattutto oggi che l’intelligenza artificiale rischia di sostituire l’uomo". 
Quali personaggi ha amato di più raccontare?  "Michelangelo. Secondo me è stato il più grande artista che l’umanità abbia mai avuto. A 22 anni la Pietà, a 26 il David, a 33 la volta della Cappella Sistina. Se un artista avesse fatto anche solo una di queste opere sarebbe passato alla storia: Michelangelo le ha fatte tutte e molte di più. È da stupirsi che un essere simile abbia respirato la nostra aria, camminato per le nostre strade. E dobbiamo ricordarci che questi giganti – Michelangelo, Raffaello, Leonardo, Ariosto, Colombo – erano italiani come noi, parlavano la nostra lingua". 
Nel suo affresco dà spazio anche alle grandi figure femminili dell’epoca.
 "Le donne hanno un ruolo molto importante nel Rinascimento. L'Orlando Furioso comincia con la parola 'donne', e il primo personaggio che entra in scena è Angelica. Poi c’è Bradamante, guerriera che sconfigge gli uomini in duello. E, uscendo dal poema per entrare nella vita reale, Vittoria Colonna, l’unica donna che Michelangelo abbia mai amato, che gli suggeriva come rappresentare Dio, Gesù, la Madonna. E, ancora, Lucrezia Borgia, calunniata dalla leggenda nera: era una donna buonissima, terziaria francescana, usata come pedina dal padre e dal fratello". 
Cosa manca all’Italia di oggi per un nuovo Rinascimento?  "Nuovi Rinascimenti non ce ne saranno, le cose non tornano mai allo stesso modo. Ma dobbiamo cambiare alcune cose. Dobbiamo investire di più nelle cose in cui siamo forti: arte, insegnamento, ricerca, cultura, spettacolo. E dobbiamo tornare ad attrarre cervelli. Nel Rinascimento venire in Italia era obbligatorio per chi voleva essere considerato un artista. Oggi i migliori se ne vanno. Va bene che i ragazzi vadano all’estero, ma dobbiamo creare le condizioni perché possano tornare. E oggi questo non succede". 
Dopo il Rinascimento, ha in programma un’incursione in un’altra epoca più o meno recente?  "Un’idea ce l’ho, ma ora devo concentrarmi nel girare l’Italia. Farò un monologo tratto dal libro nei teatri, una puntata di 'Una giornata particolare' dedicata a Raffaello e una puntata speciale sul Rinascimento. Adesso cercherò di raccontare un po’ quello che ho scritto, poi tornerò a scrivere". 
Oltre al giornale e ai libri, lei è anche un volto di successo della divulgazione storica in tv. Qual è il segreto di 'Una giornata particolare', che su La7 ottiene ascolti molto alti?
 "Il merito va diviso tra molte persone. La tv è una macchina complessa: c’è stata l’idea di Urbano Cairo, la forma è stata data dal direttore di rete Andrea Salerno, poi c'è la produzione di Stand By Me e il regista Claudio Pisano. Ma io non amo la parola divulgatore: nella parola stessa c’è l’idea del dotto che spiega al volgo. Io non sono un dotto. Mi considero un narratore. Mi sono dato una regola: nessuna storia senza un’idea, nessuna idea senza una storia". 
Torna in onda il 30 settembre con la nuova stagione, in un mercoledì televisivo sempre più affollato: 'Tale e quale Show', il 'Tavolo' di Fazio, 'È sempre Cartabianca' e 'Chi l'ha visto?'. È preoccupato?  "Parliamo di professionisti della tv: Carlo Conti, Fabio Fazio, Bianca Berlinguer. Io non sono degno di sciogliere i loro calzari. Io racconto storie. Sono convinto che qualcuno vorrà ascoltarle, leggerle, seguirle. E poi ovviamente cediamo lo spazio dovuto ai veri grandi professionisti della tv". 
Ci può anticipare alcune delle “giornate particolari” che racconterà?  "Il 30 settembre partiremo con una puntata sull’8 settembre. Poi, oltre a quelle su Raffaello e sul Rinascimento, che dicevo prima, ci sarà una puntata sul Piave il 4 novembre. Ma ho detto anche troppo. Faremo una presentazione la prossima settimana". 
Enrico Mentana ha detto che il palinsesto di La7 è orientato a “senso unico”, ovvero che tutti i programmi sono contro il governo. Che ne pensa?  "Su questo rispondo solo che ho un’enorme stima per Enrico Mentana, che mi auguro che resti a La7, e che le mie trasmissioni, come mi pare tutte le altre de La7, si rivolgono a tutti". (di Carlo Roma) 
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